8 MARZO E POSTE
Da molti anni ormai assistiamo alla pubblicazione di diversi articoli che raccontano di come Poste Italiane sia un esempio virtuoso di parità di genere, sottolineando l’alta percentuale di donne impiegate e la presenza femminile in ruoli direttivi.
In occasione dell’8 Marzo vogliamo parlare proprio noi, le lavoratrici di Poste Italiane.
I numeri sicuramente colpiscono: in molti settori aziendali oltre la metà del personale è donna e molte direttrici guidano uffici postali. Ma l’8 marzo non dovrebbe essere un momento di autocelebrazione aziendale, bensì un’occasione di onesta riflessione su ciò che funziona davvero e su ciò che, invece, resta problematico. Rappresentare una generica maggioranza numerica non significa automaticamente vivere una reale parità. La prima domanda che dovremmo porci è: dove sono collocate le donne nell'organizzazione aziendale? Se è vero che molte direttrici guidano uffici postali, è altrettanto vero che i livelli direzionali apicali e le posizioni strategiche e decisionali restano prevalentemente maschili.
Le carriere femminili continuano a concentrarsi in ruoli operativi e commerciali particolarmente stressanti e sottoposti a forte pressione. Le lavoratrici di Poste Italiane, spesso in prima linea nel recapito, negli sportelli, nella consulenza e nei servizi finanziari, sono esposte a obiettivi commerciali pressanti, carenza di personale e carichi di lavoro insostenibili.
Noi rivendichiamo una gestione diversa, non verticista e patriarcale, che è alla base della propaganda aziendale ed è portata avanti indistintamente da uomini e donne. Il fatto che all’azienda non interessi il genere ma chi porta avanti i profitti aziendali non vuol dire essere per la parità.
A ciò si aggiunge il peso dei carichi di cura, ancora oggi strutturalmente sbilanciati sulle lavoratrici: maternità che rallentano i percorsi professionali, ricorso al part-time per necessità e difficoltà nel rientro dopo i congedi.
Le lavoratrici che hanno famiglia e figli a carico, ancor più se madri single, non vengono agevolate in modo appropriato dall’azienda al momento del rientro al lavoro, rendendo estremamente difficoltoso conciliare vita privata e vita lavorativa. Per fare un esempio, la maggioranza dei dipendenti non ha accesso ai nidi aziendali, che in Poste sono solo 2 in tutta Italia, uno a Roma, in Viale Europa, uno a Bologna in Via Zanardi, con una capienza complessiva di poco più di 100 posti su un totale di 120 mila dipendenti.
La situazione si aggrava notevolmente per le migliaia di lavoratrici con contratto a tempo determinato che ogni anno attraversano gli uffici di Poste Italiane, costrette a straordinari quotidiani per raggiungere i folli obiettivi giornalieri, con orari di lavoro che cambiano di settimana in settimana rendendo ancora più difficile la gestione della vita privata e familiare o costrette a cambiare provincia e allontanarsi da casa per lavorare pochi mesi e poi sperare nell’assunzione a tempo indeterminato.
WELFARE O IMMAGINE?
Le politiche di welfare aziendale non possono trasformarsi in strumenti di marketing reputazionale. Quando l’attenzione alla parità viene esibita come un elemento distintivo dell’immagine aziendale, si scivola nel pink washing, ovvero l’esibizione di una narrazione inclusiva che valorizza simbolicamente la presenza femminile senza intervenire in modo strutturale sulle disuguaglianze.
La parità non si misura con campagne celebrative, ma con scelte concrete, come stabilità contrattuale, riduzione della precarietà, trasparenza nei criteri di avanzamento, reale possibilità di conciliazione tra vita e lavoro, ambienti professionali liberi da pressioni e discriminazioni. È su questi indicatori che si valuta l’effettiva equità di un’organizzazione. La vera parità si costruisce ogni giorno attraverso la pubblicazione trasparente dei dati sulle carriere, la tutela concreta delle lavoratrici madri, la riduzione delle pressioni commerciali e investimenti reali negli organici. Senza questi interventi, ogni dichiarazione di principio rischia di restare formale.
Alle lavoratrici di Poste Italiane non basta essere numericamente superiori e essere pagate quanto gli uomini. Non vogliamo numeri, statistiche vuote, riconoscimenti o striminziti articoli di giornale. Pretendiamo interventi strutturali che ci diano la dignità e la possibilità di realizzare al meglio la vita che sogniamo e che tutte meritiamo.
L’8 marzo non è una vetrina aziendale. Le donne di Poste italiane non sono un elemento da esibire, ma lavoratrici che chiedono rispetto, diritti e opportunità giuste, eque e sostanziali. Finché questi nodi strutturali resteranno ai margini della narrazione ufficiale, la celebrazione rischierà di trasformarsi nell’ennesima richiesta implicita alle donne di continuare a fare di più.
SIAMO DAVVERO SICURE SUL POSTO DI LAVORO?
La violenza di genere è una piaga sociale che vive non solo all’interno delle mura domestiche ma anche nei corridoi dei nostri uffici e nelle strade che percorriamo ogni giorno. La percepiamo nelle battutine sessiste dei nostri capi, nei commenti fatti verso corpi non conformi, fino ad arrivare a comportamenti più gravi, violenti e ricattatori.
I carichi di lavoro sempre più elevati e stressanti, sono problematici non solo per la salute psicofisica in generale delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche perché non lasciano minimamente spazio a momenti di dialogo e condivisione tra le lavoratrici. Infatti, in un contesto lavorativo basato sull’individualismo, le donne, costrette loro malgrado a dimostrare sempre di più rispetto ai colleghi uomini, sono sempre più concentrate nel raggiungimento di obiettivi e performance e questo le allontana e le isola sempre di più.
Di recente proprio una nostra collega è stata vittima di un brutale femminicidio e questo ci ha spinto a riflettere su quanto detto prima riguardo le relazioni umane, in particolare tra donne, all’interno dei luoghi di lavoro. Noi passiamo un terzo della nostra giornata a lavorare, un tempo di vita importante, quindi dovremmo pretendere luoghi di lavoro sicuri e accoglienti per le donne e le persone marginalizzate. Luoghi dove avere il tempo per aprirsi e confrontarsi con le colleghe rispetto a soprusi e violenze subite anche al di fuori del lavoro.
Per contrastare la violenza di genere non ci si può limitare a stampare un foglio con scritto il numero verde anti violenza e stalking e appenderlo in ufficio. E’ necessario investire in istruzione e formazione, non solo a scuola, ma anche sul posto di lavoro, con corsi di aggiornamento e discussione portati avanti da personale qualificato e non svolti, sempre in maniera individualistica, sfogliando asetticamente slide preimpostate davanti a un pc in solitaria.
8-9 MARZO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA
Il mese di Marzo si apre con due giorni di grandi mobilitazioni. L’8 e il 9 Marzo saremo marea per le strade d’Italia e ancora una volta bloccheremo tutto.
Cobas Poste aderisce allo sciopero transfemminista CONTRO la violenza di genere, la violenza istituzionale ed economica, il controllo dei corpi, lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro, l’economia di guerra e il riarmo, PER l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, per l’autodeterminazione dei popoli e dei corpi.
Oggi più che mai, in un presente segnato da genocidio, guerra, riarmo, repressione e crisi economiche, il significato dell’8 Marzo torna a essere radicalmente politico.
Scioperare significa sottrarsi a un sistema che continua a reggersi sul lavoro non pagato delle donne e sulla loro precarietà. Nel nostro Paese le donne sono ancora le più colpite dal part-time involontario, dai contratti precari, dal divario salariale. Sono loro a farsi carico in misura maggiore di figli, anziani, familiari non autosufficienti. Quando il welfare viene ridotto, quando i servizi pubblici vengono tagliati, il peso ricade quasi totalmente sulle loro spalle.
Ogni euro investito in armamenti è un euro sottratto a scuole, asili nido, sanità, salari, centri antiviolenza, politiche sociali. E le conseguenze di queste scelte politiche sono ben visibili : la violenza di genere diventa un’emergenza strutturale, un fenomeno sistemico che si nutre di disuguaglianze economiche, culturali e di potere.
Esiste un filo che lega le donne italiane a quelle del resto del mondo. La crescente e sempre più diffusa militarizzazione delle società produce un irrigidimento dei ruoli di genere: più controllo sui corpi femminili, più retorica nazionalista, meno diritti. La storia insegna che quando cresce il clima di guerra, arretrano anche i diritti delle donne. Le connessioni sono economiche, politiche, simboliche. Nelle zone di conflitto o nei Paesi in cui la repressione politica è molto forte, sono spesso le donne le prime a subire violenze, l’inasprimento dei controlli e la restrizione delle libertà. Le scelte di riarmo, le politiche migratorie, gli accordi internazionali incidono direttamente sulla vita di milioni di donne nel mondo.
Scioperare l’8 marzo significa affermare che le vite delle donne valgono e che il loro lavoro – dentro e fuori casa – è essenziale e va riconosciuto. Significa denunciare che la guerra non è neutrale e che le politiche di riarmo hanno un costo sociale preciso.
Per questo saremo in piazza tutt* insieme: cittadin*, lavorator*, sindacati, società civile…
Nel riaffermare l’importanza di questa lotta, che è lotta di civiltà, di emancipazione, di progresso, di pace contro ogni barbarie.