Cobas Poste

Titolammo così a novembre del 2020 su un nostro volantino dopo l’intervento dell’Asl nell’UP Rm 90 da noi chiamata per risolvere gli annosi problemi inerenti la salute e la sicurezza.

 Tutto ciò dopo aver chiesto all’azienda (Filiale RM est), come O.S. Cobas Poste, un sopralluogo per verificare le condizioni di salute e sicurezza dopo le diverse richieste di intervento dei lavoratori, sopralluogo che ci venne negato, forse perchè memori di un’iniziativa analoga (UP Rm 84) dove l’azienda, dopo la nostra denuncia all’asl, si è vista costretta a ristrutturare l’intero ufficio che ora vanta una più che ottimale condizione di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori ed un ambiente di lavoro giustamente confortevole, ed anche perché gli altri sindacati interpellati dai lavoratori non hanno mai voluto affrontare in termini concreti la pessima situazione dell’Up in questione.

 A nulla è valso anche aver elencato all’azienda, con nota scritta del 28 settembre2020, nel dettaglio tutte le criticità che mettevano in pericolo la salute degli operatori di sportello, tra le altre addirittura una postazione di lavoro che ostruiva l’uscita di emergenza ed un blocco sul maniglione antipanico. Abbiamo atteso una risposta dell’azienda per più di un mese; quest’ultima, anzi , nella sua arroganza, non solo non si è curata assolutamente della salute dei suoi lavoratori, ma addirittura ha trovato nella figura dei suoi responsabili, solo il tempo di andare nell’Up, con fare inquisitorio, al solo scopo di identificare chi erano i lavoratori che si erano rivolti al nostro sindacato.

Tutto ciò con l’entrata in campo, in contemporanea, dei rappresentanti sindacali concertativi che non hanno saputo fare altro che prospettare ai lavoratori che la loro iniziativa li avrebbe portati solo alla chiusura dell’ufficio e alla “deportazione” degli stessi a Colleferro, (l’ufficio più lontano della filiale Roma est) e che invece l’unica soluzione era quella di attendere l’azienda ed i suoi tempi, con la loro “supervisione”, nonostante la situazione era in questo stato disastroso ormai da numerosi anni.

A questo punto, dopo aver concesso più del tempo tollerabile all’azienda, abbiamo chiamato l’Asl che il 26 novembre è venuta per l’ispezione chiedendo e pretendendo chiaramente la nostra presenza, cosa questa che avevamo preannunciato all’azienda al momento del diniego al nostro sopralluogo.

Nella visita ispettiva l’Asl ha trovato moltissime mancanze relative alla tutela della salute, anche le più semplici e basilari, dalle postazioni di lavoro, alle sedie, alla sporcizia, all’illuminazione, alle sanificazioni dei fan coil, alla mancanza di un percorso e dei piani di evacuazione, alle infiltrazioni di acqua dal soffitto ecc. ecc., ed ha intimato all’azienda di procedere ad una ristrutturazione che tenesse conto di tutte le criticità da noi sollevate, riscontrate e certificate dalla ispettrice dell’ASL.

 Ristrutturazione che è terminata lunedì 14 giugno 2021 dopo ben 3 mesi di chiusura dell’ufficio.

Ora l’ufficio finalmente ha tutte le caratteristiche di vivibilità e sicurezza, sono state risolte finalmente dopo moltissimi anni tutte le problematiche e criticità che mettevano a repentaglio la salute e la sicurezza dei lavoratori. L’ufficio è anche arioso, luminosissimo, con postazioni, ambiente e spazi confortevoli , tutto ciò che necessità per poter svolgere in sicurezza e adeguatamente l’attività lavorativa, con un impianto di areazione (tra le molteplici criticità una delle più impellenti) molto potente e silenzioso, addirittura con split posizionati quasi su ogni postazione da poter comandare singolarmente ottenendo così un microclima quasi personalizzato. Queste chiaramente dovrebbero essere le condizioni di lavoro normali, non di certo i “tuguri” in cui spesso ci fanno lavorare.

Tutto questo a dimostrazione che è possibile modificare lo stato delle cose tanto più in situazioni, come queste, che mettono a repentaglio la salute e la sicurezza dei lavoratori. I ricatti, le intimidazioni, la rassegnazione, non debbono avere il sopravvento sulle giuste, non barattabili, richieste inerenti ai diritti e alla tutela della salute che a lungo andare minano anche il nostro futuro fuori dall’ambito lavorativo dopo decine di anni di posture sbagliate, di ambienti mal salubri, di sistemi di illuminazione non adeguati, di condizioni pessime lavorative, in un azienda poi che si fregia di un codice etico dove al centro di tutto dovrebbe esserci il rispetto dei lavoratori.

E’ necessario che non ci facciamo intimorire che rivendichiamo con forza i nostri diritti

 NOI CI SIAMO !! potete sempre contare su di noi,

ma chiaramente lo dobbiamo fare insieme

 

Le trasformazioni in Poste hanno assunto un ritmo travolgente, furibondo.

Non manca giorno che una novità, sia di ordine interno (nuove disposizioni, nuovi lavori, nuove flessibilità) che esterno

(acquisizioni di società, posizionamento nel mercato borsistico, espansione del suo raggio d’intervento, dalle assicurazioni ai

nuovi servizi di gas ed energia) ci piombi addosso “unilateralmente”, senza cioè che possa procedere una discussione collettiva,

tutto è assunto a prescindere, l’azienda marcia senza interlocutori, senza ostacoli…

I “pieni poteri”, matrice delle diseguaglianze sociali, qui non vengono teorizzati ma praticati. I sindacati ormai sono chiamati

solo per suggellare le nuove scelte aziendali, per ratificare nuovi aumenti di produttività che determinano un progressivo

peggioramento della nostra condizione.

L’Azienda, nei posti di lavoro, si struttura concentrando i poteri e le decisioni sempre più in alto, in un manipolo ristretto. Non

solo le categorie di massa (portalettere, sportellisti, logistica e cmp) sono privati di qualsiasi autonomia nel loro lavoro ma ora

questa sottrazione di potere e decisioni si estende ai consulenti, ai responsabili locali di recapito, ai direttori di ufficio. I toni

arroganti e l’aggressività delle videoconferenze, vittime direttori e consulenti, “trattati come cani” dalle filiali dimostra che

quello che vogliono non è essere stimati, ma temuti.

E una nuova organizzazione del lavoro si adegua al “clima militaresco”; non cercano collaborazione ma obbedienza, fedeltà al

comando; al posto delle “linee guida”… ordini; la prestazione lavorativa, svuotata dalla peculiarità umana, è robotizzata,

uniformata; il conformismo, la nuova divisa; il dissenso diventa insubordinazione, attentato alla mission aziendale, al profitto,

simulacro sdoganato anche dai sindacati.

I lavoratori, così senza rappresentanza, vivono nella solitudine più nera, disperata, questo flusso che pare non arrestarsi di

fronte a nulla; ognuno è lasciato solo, con i suoi problemi, con i suoi drammi, e nessuno sa come uscirne, pare una galera

psicologica ma è invece reale, concreta…fuori dal lavoro ti sembra di essere “libero”, dentro uno schiavo impotente.

Da questa complessiva condizione si esce insieme. Ognuno, con i “suoi” specifici problemi (di orario, salario, casa, figli…di

stabilizzazione, di trasferimento, di lavoro agile, di orari sforati e non pagati, di part-time imposti…) è parte di una stessa radice:

la sottomissione assoluta all’impresa, ai suoi principi economicisti, alla sua autorità, indiscussa, intoccabile, sacra.

PER QUESTO C’È NECESSITÀ DI UNA ROTTURA, DI UNO SCIOPERO.

Uno sciopero che segni un punto chiaro e fermo: che avvii una svolta. Serve un colpo decisivo di autonomia nostra, un

momento in cui concentrare la nostra rabbia, sofferenza, i diritti negati, le nostre esigenze sempre posticipate o, ipocritamente,

“compatibili” con le esigenze aziendali.

Noi proponiamo lo sciopero. Lo proponiamo con una lettera aperta per avviare una discussione a fondo, con tutti i lavoratori,

affinché maturi, si precisi meglio, anche nei dettagli rivendicativi, fino a diventare lo strumento di ognuno di noi, sentirlo nostro.

Noi, come sindacalismo di base, lo proponiamo ma diciamo subito che non è nostro, non delle sigle, ma delle lavoratrici e dei

lavoratori; che noi mettiamo la firma, cioè diamo la copertura legale.

Ripetiamo: lo sciopero non è nostro ma delle lavoratrici e dei lavoratori – se lo decideremo.

Una giornata in cui i lavoratori delle Poste, così bistrattati, derisi, “incapaci di lottare”, divisi, individualisti, sconfitti, facciano di

quella giornata un episodio storico. Di questo c’è bisogno.

Avviamo ora una campagna sulla necessità dello sciopero con lo scopo di raccogliere adesioni, consensi, saggiarne la maturità.

In seguito, indiremo una assemblea nazionale on-line per fare il punto di dove siamo arrivati e scambiarci lì le nostre opinioni

e prendere una decisione collettiva.

le Lavoratrici ed i Lavoratori di

CUBposte COBASposte SI COBASposte

A parte gli annunci di facciata della più grande azienda italiana e del fatto che poste italiane si avvale,fregiandosene, di un codice etico che dovrebbe promuovere la valorizzazione del personale, pochi sono a conoscenza del forte livello di repressione dei diritti e delle istanze dei lavoratori in questa azienda che è divenuta pratica quotidiana su tutto il territorio nazionale.

Tant’è che ad esempio anche nel bilancio della stessa spicca chiaramente ed indiscutibilmente la voce che poste spende per “contenzioso del lavoro e procedimenti disciplinari” milioni di euro, infatti nel bilancio 2018 (Corte dei Conti) ben 22,6 milioni di euro. Poste, nel raggiungimento dei propri obiettivi commerciali e di profitto, passa sopra ad accordi sottoscritti, a regole e diritti a partire dallo sfruttamento senza limite del personale precario, ricattato continuamente sotto la scure di un mancato rinnovo, fino a negare le giuste richieste dei lavoratori, sancite anche da accordi sottoscritti, con minacce disciplinari e vie di fatto. Infatti stiamo assistendo ad una recrudescenza delle contestazioni disciplinari e delle relative sanzioni verso chi chiede che vengano rispettati i propri diritti, chi mette in evidenza che mancano i requisiti necessari previsti dagli accordi stessi e con l’arroganza del padrone poste pretende comunque prestazioni non dovute e per le quali fa scattare immancabilmente il piano repressivo, prima le minacce poi la contestazione e infine la sanzione (chi contesta è lo stesso che sancisce la pena).

E quando il dipendente “soggetto a trattamento” tenta la via dell’arbitro terzo (l’arbitrato e conciliazione alla Direzione Provinciale del lavoro), il tutto con un costo economico complessivo di poche centinaia di euro,sistematicamente, da ormai più di vent’anni, l’azienda poste italiane non accetta più l’arbitrato ma puntualmente porta i lavoratori dinanzi all’autorità giudiziaria. Con enormi spese di danaro pubblico per poste italiane e cifre insostenibili per i lavoratori salariati, intasando i tribunali per sanzioni spesso di poche ore. Con unica conseguenza, che consolidata questa prassi, spesso i lavoratori rinunciano a far valere i propri diritti e non procedono ad impugnare le sanzioni comminate, proprio per evitare i costi di giudizio e lo stress psico-fisico che comporta una pendenza di giudizio, che poi si protrae per anni.

Chiaramente questo “iter consolidato” ha come unico obiettivo quello di inibire i lavoratori nel rivendicare i propri diritti e sostanziare le proprie ragioni ed incanalare la categoria alla totale sudditanza. Questo “modus operandi”, adottato dall’azienda, è anche un abuso dell’esercizio del potere disciplinare e sperpero di denaro pubblico essendo lo stato ancora azionista di maggioranza con oltre il 60%.

Ma non è tutto, particolare riguardo l’azienda lo pone a quei lavoratori anche rappresentanti sindacali, meglio se dei sindacati di base, che, nella loro funzione, chiedendo regole e certezze, condizioni di salute e sicurezza, “disturbano il manovratore”, allora lì scatta, ad orologeria, la contestazione, anche reiterata, ricorrendo ai mezzi più disparati, alla formula della mancata diligenza nell’operato, inventando di sana pianta giacenze e quant’altro, facendo leva magari sulle stesse problematiche denunciate e trovandone, in chi le ha sollevate, il capro espiatorio.

Con questa pratica di fatto tentano di annichilire ogni istanza rivendicativa e di fare il vuoto intorno a chi le ha sostenute perché alla stessa stregua del “padrone delle ferriere” non si può mettere in discussione l’operato dell’azienda anche se quest’ultima fa cose contro ogni accordo e regola. La stessa azienda che si auto pubblicizza, tipo mulino bianco, che però ha una visione addirittura restrittiva e ostacolativa della legge 104 di tutela, ma chiaramente questa è un’altra storia.

É necessario rimettere al centro la verità che non sia quella di parte, ricordandoci che anni e anni di lotte hanno sancito i diritti dei lavoratori e non sarà il tentativo di dare un colpo di spugna agli stessi che ci fermerà sulla strada della loro continua rivendicazione. É necessario che anche i cittadini e l’opinione pubblica sappiano quanto cinica e arretrata sia questa azienda che invece si fregia di impersonare il cambiamento e lo fa solo a suon di spotpubblicitari.

COBAS poste CUB poste SI COBAS poste SLG CUB poste

 

 CONSIDERAZIONI SUL RINNOVO CCNL

In questi giorni le OO.SS. firmatarie stanno facendo girare una piattaforma per il rinnovo del contratto scaduto nel 2018 e che interesserà il triennio 2019/2021, come sempre il rinnovo contrattuale arriva a ridosso, cioè in ritardo, della scadenza dello stesso che si sta firmando. Ricordiamo che l’ultimo contratto è stato firmato il 30 novembre 2017 ed è scaduto nel 2018, che quello precedente scaduto nel 2012 non è stato neanche rinnovato negli anni 2013-2016, ma dal 2012 siamo arrivati, saltando una contrattazione, all’ultimo scaduto da più di due anni. Secondo confindustria i contratti vanno aboliti ed è evidente che secondo i sindacati firmatari questi vanno diluiti.

A parte queste precisazioni, che però rendono palese un fatto non certo episodico, ma divenuto ormai strutturale nella nostra Azienda, che ha determinato e determina tuttora una perdita economica consistente per i lavoratori in quanto le varie una tantum non compensano e né tantomeno pareggiano tutti i mesi persi senza percepire alcun aumento contrattuale; la piattaforma, pur partendo dall’ assunto: “Poste Italiane sta vivendo una fase “anticiclica” con ottimi risultati di bilancio, di valore sul mercato (cresciuto di quasi il 70%), di apprezzamento nell’opinione pubblica/clientela …. I dati del Bilancio 2018, quelli dei primi due trimestri 2019 (con il costo del lavoro in calo), il gradimento del mercato borsistico e l’annunciato acconto sul dividendo 2019 (poco meno di 300 milioni) sono segnali positivi sullo stato di salute del Gruppo, propedeutici ad un giusto ed equo rinnovo contrattuale che riconosca, anche sul piano meramente economico, i sacrifici fatti da tutti i lavoratori in questi anni”, ricalca il rinnovo contrattuale precedente dedicando una parte consistente alle relazioni industriali e al welfare aziendale invece, fatte queste premesse, ci saremmo aspettati un contratto di svolta, una parte economica con aumenti finalmente degni ed invece…Nel dettaglio:

• Welfare aziendale. Anche in questo contratto si parla di incremento del welfare aziendale ricordiamo che in quello passato si sono destinati euro 12,50 per il piano sanitario + euro 8,00 per il fondo pensione in sostituzione dell’equivalente aumento salariale. Chiaramente siamo contrari, come più volte sostenuto, al welfare aziendale, che altro non è che la progressiva distruzione dello stato sociale, con la progressiva sostituzione di una gestione privatistica di servizi che dovrebbe invece garantire lo Stato (Welfare state) in cambio delle tasse che paghiamo, servizi vitali e necessari per tutti, che tendono ad attenuare le disuguaglianze sociali e che in questa pandemia hanno dimostrato la loro importanza vitale, basti pensare al servizio sanitario nazionale, servizi che invece ci vengono sottratti immolandoli agli interessi privati.

Ma a parte queste evidenti considerazioni facciamo anche i conti con il pallottoliere: quanti soldi abbiamo perso di mancati aumenti contrattuali fino ad oggi? Se calcoliamo che il contratto è stato firmato a novembre 2017, il calcolo è semplice, sono passati 40 mesi che moltiplicati per il mancato aumento di Euro 20,50 sottratto all’aumento salariale per fondo poste e sanità integrativa, fa ad oggi la cifra di 820,00 euro che avremmo potuto utilizzare come meglio credevamo. Ora anche in questo rinnovo contrattuale si paventa un ulteriore incremento del nostro salario trasformato in welfare aziendale. Si potrebbe obiettare che intanto c’è un fondo pensione, ed un’assicurazione sanitaria, ma vale la pena ricordare che fino a qualche anno addietro il TFR ha maturato un interesse (tra l’altro fisso) superiore a quello del fondo poste, senza contare che i fondi pensione sono soggetti alle leggi del mercato finanziario, alle obbligazioni e ci sono stati esempi più che negativi in questo senso: Enasarco (fondo agenti commercio) e Poligrafici Fondo complementare Casella che hanno accumulato negli anni perdite per milioni di euro, e il fatto che pochi hanno usufruito dell’assicurazione sanitaria, imposta per non perdere i soldi ad essa dedicati, mentre tutti avrebbero avuto circa uno stipendio in più da utilizzare come meglio volevano.

È chiaro che al sindacato e ai datori di lavoro conviene gestire questa enorme quantità di denaro mentre i lavoratori sono chiamati solo a finanziare con il proprio lavoro queste attività speculative, i primi ci guadagnano senza di fatto rischiare nulla, i lavoratori invece rischiano i propri soldi, i propri aumenti contrattuali, senza avere nessuna partecipazione diretta.

• Relazioni industriali. Si ribadisce il ruolo del Coordinamento Nazionale RSU e del territorio per le materie ad esso demandate (art. 2 lettera b); (art.4) che l’azienda fornisca, in regime di assenza di trasparenza, ai soli sindacati firmatari i documenti normativi riguardanti il rapporto di lavoro; si richiede di rendere più concreta la partecipazione agli indirizzi strategici dell’impresa dei sindacati art. 5; si propone inoltre l’istituzione di uno specifico Osservatorio paritetico sulla digitalizzazione del lavoro; allargando le competenze dell’Osservatorio sulla proposizione commerciale. Si puntualizza una questione rispetto all’articolo 11 (contributi sindacali).

In pratica il rafforzamento di tutte le istanze di concertazione, cogestione e partecipazione del sindacato alle politiche aziendali, in un’ottica sempre più neocorporativa e con sindacati chiamati a garantire la pace sociale, resta in vigore il sistema marcio della rappresentanza, distaccato dai luoghi di lavoro, svuotati dei poteri di decisione che escludono i Sindacati di base. Cose queste che per noi lavoratori fanno a pugni con l’enunciato finale di questo capitolo della piattaforma: “.. nel ribadire infine il ruolo imprescindibile dell’azione sindacale a tutela dei lavoratori”, la tutela dei lavoratori per l’appunto.

• Parte economica. Per quanto riguarda i contenuti della parte economica, come dicevamo, nonostante la premessa sull’aumento dei ricavi e degli utili raggiunti da poste, grazie anche a una costante riduzione della forza lavoro (frutto anche degli accordi di “ristrutturazione” sottoscritti dagli stessi sindacati negli ultimi anni con il taglio di migliaia di posti di lavoro) e da un notevole aumento della produttività individuale e generale, si parla di una richiesta di aumento nel triennio di 175 euro lorde (che ovviamente sono la base della contrattazione a cui chiaramente l’azienda cercherà di strappare un accordo al ribasso, nel gioco delle parti si chiede una cifra per ottenerne un’altra inferiore), il che equivale a dire 134 euro netti, a questi vanno tolti gli aumenti che andranno nel welfare aziendale ed inoltre tutti gli aumenti legati alla produttività. Viene infatti introdotta una struttura del salario che prevede il Trattamento economico Complessivo (TEC) costituito dal trattamento Economico Minimo (TEM), il salario fisso, e da tutti gli ulteriori trattamenti economici legati alla produttività, come l’ Elemento Distintivo della retribuzione (EDR) ovvero salario accessorio, da erogare mensilmente che tenga conto dell’aumento della produttività individuale e di sistema, ottenuta con le riorganizzazioni di tutti i settori produttivi, del calo degli addetti e dell’aumento dei ricavi pro capite.

Ancora una volta invece di proporre un contratto di svolta che vede un aumento considerevole del salario fisso, uno dei più bassi in Italia, si legano gli aumenti ad ogni tipo di salario accessorio con rivalutazioni delle indennità, della produttività per cui solo la presenza e il raggiungimento degli obiettivi aziendali, posti sempre un gradino più in alto, tra l’altro non cerificabili, può garantire un minimo di vivibilità, cosa questa non garantita a chi per patologie, malattie o quant’altro non possa assicurare all’azienda i richiesti standard di sfruttamento.

• Orario di lavoro. Altra chicca di questa piattaforma sindacale per il rinnovo contrattuale è l’articolo 29 nella parte normativa dove si dice testualmente: “occorre rendere più concreto ed esigibile il contenuto del comma VIII, con riferimento alla turnazione di tutto il personale; dobbiamo cioè superare la situazione di “turno fisso” oggi riguardante molte figure professionali”. Il che significa rinunciare di fatto ai diritti acquisiti come quello di poter avere una vita familiare e personale che non venga stravolta continuamente dalle logiche di flessibilità selvaggia e asservimento all’Azienda, davvero un bel regalino da parte di quelli che dovrebbero garantire gli interessi dei lavoratori, ma chiaramente la cogestione di cui dicevamo prima è questa ed è incompatibile con le istanze dei lavoratori.

• Ferie. Infine per quanto riguarda le ferie, art. 36, si richiede la fruizione anche su base oraria con relativa contabilizzazione.

Ma chiaramente il problema non è questo, il vero problema è che con l’accordo sindacale del 28/03/2018 sulle ferie si è andati oltre a ciò che stabiliva il contratto dove si ribadiva che: “Il periodo di ferie è finalizzato a reintegrare le energie psico fisiche del lavoratore…” ora invece a gennaio devi dare una programmazione delle tue ferie per tutto l’anno, come se uno sapesse in anticipo quando è il momento di reintegrare le energie psico fisiche o quando per eventi ed impegni familiari si ha bisogno delle stesse e, se il congiunto lavora, quale sia la disponibilità in relazione al suo lavoro, praticamente anche qui si ribadisce l’asservimento totale all’azienda e la fine della vita privata dettata dai tempi e dalle pregiudiziali dell’azienda.

Quale contratto di svolta? sempre più un contratto a senso unico tra azienda ed il suo alter ego, i sindacati cogestori, dove i lavoratori, per sé stessi, non hanno più alcun peso di contrattazione.

Un contratto dove era necessario rimettere concretamente al centro l’assunzione di tutto i Ctd e la fine del precariato sfruttato, ricattato ed usato anche come grimaldello per estendere a tutti i dipendenti le intensificazioni e le prestazioni non dovute che invece l’Azienda richiede continuamente ai CTD sotto minaccia del non rinnovo del contratto, dove i diritti e le regole sottoscritte dalla stessa Azienda vengono calpestate ed immolate alla logica del profitto ed alla massima flessibilità ovunque e comunque.

Rimandiamo al mittente l’ennesimo contratto truffa per una vera inversione di tendenza: i sacrifici fin qui fatti devono, anche per noi lavoratori, avere un vero ritorno positivo sia in termini economici che normativi, riprendiamoci il nostro giusto peso nella contrattazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Nei lavori gravosi, introdotti con la legge di bilancio 2017 non è compreso il lavoro del portalettere

Quello del portalettere invece è un lavoro pericoloso e usurante, riconosciuto già nel 2009 dall’ISPELS

(Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza del Lavoro), dalla ASL e dall’Università di Torino, che

attraverso studi precisi e concreti hanno dimostrato che il postino ha un’aspettativa di vita inferiore di 4

anni rispetto ad altri lavori.

Fare il postino è un lavoro che USURA! Un lavoro che i portalettere svolgono tutto l’anno, in ogni

condizione climatica e lo fanno principalmente usando dei motomezzi carichi all’inverosimile. Sono

numerose le patologie più diffuse, vere e proprie malattie professionali, a cui è soggetta questa categoria

di lavoratori a partire dalle ernie e protusioni della colonna vertebrale, inguinali e cervicali -artrosi,

patologie agli arti inferiori e superiori- abbassamento della vista, - disturbi respiratori dovute

all’inalazione continua dei gas di scarico, - ansia, stress e disturbi psichici.

A rimetterci sono sempre i lavoratori che vedono esporsi sempre più a rischio incidenti ed infortuni sul

lavoro ed anche la corte dei conti ha rilevato un sostanziale aumento di infortuni e nelle analisi di ogni

anno viene evidenziato come questi infortuni gravino pesantemente sulle tasche dello stato.

Considerando inoltre le diffuse carenze strutturali in tutto il territorio italiano poste usa la strategia

dell’assegnazione di posti fuori sede per rendere i lavoratori sempre piú vulnerabili e tenerli sotto scacco,

sottoporli a ritmi infami e sconvolgendone la vita privata. sappiamo benissimo che il recapito è il settore

di poste più colpito, ma questo non significa non evidenziare un aspetto a nostro avviso importante: i

lavoratori sono portati, troppo spesso, ad attribuire alla fatalità, al rischio del lavoro su strada ma

dobbiamo invertire questo modo di impostare il ragionamento e qundi respingere tutte le pressioni

aziendali sempre più insistenti e continue, la frenetica rincorsa alle “esigenze produttive” che producono

ansia, disattenzione ecc..

non esiste nessun prodotto postale che valga la vita

detto questo vogliamo dire che è assolutamente indecente “l’indennità portalettere” di 0,58 euro (non è

carità, è un’offesa) e nessuna cifra puó compensare le morti sul lavoro. si deve lavorare in sicurezza e

a ritmi sostenibili come del resto è paradossale che quanto avviene come in tantissimi casi, sia

classificato come incidente stradale quando in realtà è l’ennesimo lavoratore morto sul lavoro che va a

far crescere il numero di “morti bianche” (un virus questo destinato a non scomparire, anzi). Già da

diverso tempo denunciamo il peggioramento delle condizioni di lavoro e di servizio dovuti ai tagli

occupazionali, abuso del lavoro precario e aumento smisurato della flessibilità che sono tutte

conseguenze di un processo di privatizzazione che vede a poco a poco sottrarre ai cittadini un altro

pezzo di stato sociale.

SOSTENIAMO LA LOTTA

DEL COMITATO POSTINI USURATI ED INVITIAMO I LAVORATORI

A PARTECIPARE AL PRESIDIO CHE SI SVOLGERA’

GIOVEDI’ 22 OTTOBRE

A PIAZZA MONTECITORIO A ROMA DALLE ORE 15.00 IN POI

PER RIVENDICARE IL RICONOSCIMENTO

DEL LAVORO USURANTE