COBAS POSTE ADERISCE ALLO
SCIOPERO DEL 9 MARZO

Il mese di Marzo si apre con due giorni di grandi mobilitazioni. L’8 e il 9 saremo marea per le strade d’Italia e ancora una volta bloccheremo tutto.
Cobas Poste aderisce allo sciopero transfemminista CONTRO la violenza di genere, la violenza istituzionale ed economica, il controllo dei corpi, lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro, l’economia di guerra e il riarmo, PER l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, per l’autodeterminazione dei popoli e dei corpi.

Oggi più che mai, in un presente segnato da genocidio, guerra, riarmo, repressione e crisi economiche, il significato dell’8 Marzo torna a essere radicalmente politico.

Scioperare significa sottrarsi a un sistema che continua a reggersi sul lavoro non pagato delle donne e sulla loro precarietà. Nel nostro Paese le donne sono ancora le più colpite dal part-time involontario, dai contratti precari, dal divario salariale. Sono loro a farsi carico in misura maggiore di figli, anziani, familiari non autosufficienti. Quando il welfare viene ridotto, quando i servizi pubblici vengono tagliati, il peso ricade quasi totalmente sulle loro spalle.

Ogni euro investito in armamenti è un euro sottratto a scuole, asili nido, sanità, salari, centri antiviolenza, politiche sociali. E le conseguenze di queste scelte politiche sono ben visibili: la violenza di genere diventa un’emergenza strutturale, un fenomeno sistemico che si nutre di disuguaglianze economiche, culturali e di potere.

Esiste un filo che lega le donne italiane a quelle del resto del mondo. La crescente e sempre più diffusa militarizzazione delle società produce un irrigidimento dei ruoli di genere: più controllo sui corpi femminili, più retorica nazionalista, meno diritti. La storia insegna che quando cresce il clima di guerra, arretrano anche i diritti delle donne. Le connessioni sono economiche, politiche, simboliche. Nelle zone di conflitto o nei Paesi in cui la repressione politica è molto forte, sono spesso le donne le prime a subire violenze, l’inasprimento dei controlli e la restrizione delle libertà. Le scelte di riarmo, le politiche migratorie, gli accordi internazionali incidono direttamente sulla vita di milioni di donne nel mondo.

Scioperare l’8 Marzo significa affermare che le vite delle donne valgono e che il loro lavoro – dentro e fuori casa – è essenziale e va riconosciuto. Significa denunciare che la guerra non è neutrale e che le politiche di riarmo hanno un costo sociale preciso.

Per questo saremo in piazza tutt* insieme: cittadin*, lavorator*, sindacati, società civile…

Nel riaffermare l’importanza di questa lotta, che è lotta di civiltà, di emancipazione, di progresso, di pace contro ogni barbarie.

8 MARZO E POSTE

Da molti anni ormai assistiamo alla pubblicazione di diversi articoli che raccontano di come Poste Italiane sia un esempio virtuoso di parità di genere, sottolineando l’alta percentuale di donne impiegate e la presenza femminile in ruoli direttivi.

In occasione dell’8 Marzo vogliamo parlare proprio noi, le lavoratrici di Poste Italiane.

I numeri sicuramente colpiscono: in molti settori aziendali oltre la metà del personale è donna e molte direttrici guidano uffici postali. Ma l’8 marzo non dovrebbe essere un momento di autocelebrazione aziendale, bensì un’occasione di onesta riflessione su ciò che funziona davvero e su ciò che, invece, resta problematico. Rappresentare una generica maggioranza numerica non significa automaticamente vivere una reale parità. La prima domanda che dovremmo porci è: dove sono collocate le donne nell'organizzazione aziendale? Se è vero che molte direttrici guidano uffici postali, è altrettanto vero che i livelli direzionali apicali e le posizioni strategiche e decisionali restano prevalentemente maschili.

Le carriere femminili continuano a concentrarsi in ruoli operativi e commerciali particolarmente stressanti e sottoposti a forte pressione. Le lavoratrici di Poste Italiane, spesso in prima linea nel recapito, negli sportelli, nella consulenza e nei servizi finanziari, sono esposte a obiettivi commerciali pressanti, carenza di personale e carichi di lavoro insostenibili.

Noi rivendichiamo una gestione diversa, non verticista e patriarcale, che è alla base della propaganda aziendale ed è portata avanti indistintamente da uomini e donne. Il fatto che all’azienda non interessi il genere ma chi porta avanti i profitti aziendali non vuol dire essere per la parità.

 A ciò si aggiunge il peso dei carichi di cura, ancora oggi strutturalmente sbilanciati sulle lavoratrici: maternità che rallentano i percorsi professionali, ricorso al part-time per necessità e difficoltà nel rientro dopo i congedi.

Le lavoratrici che hanno famiglia e figli a carico, ancor più se madri single, non vengono agevolate in modo appropriato dall’azienda al momento del rientro al lavoro, rendendo estremamente difficoltoso conciliare vita privata e vita lavorativa. Per fare un esempio, la maggioranza dei dipendenti non ha accesso ai nidi aziendali, che in Poste sono solo 2 in tutta Italia, uno a Roma, in Viale Europa, uno a Bologna in Via Zanardi, con una capienza complessiva di poco più di 100 posti su un totale di 120 mila dipendenti. 

La situazione si aggrava notevolmente per le migliaia di lavoratrici con contratto a tempo determinato che ogni anno attraversano gli uffici di Poste Italiane, costrette a straordinari quotidiani per raggiungere i folli obiettivi giornalieri, con orari di lavoro che cambiano di settimana in settimana rendendo ancora più difficile la gestione della vita privata e familiare o costrette a cambiare provincia e allontanarsi da casa per lavorare pochi mesi e poi sperare nell’assunzione a tempo indeterminato.

WELFARE O IMMAGINE?

Le politiche di welfare aziendale non possono trasformarsi in strumenti di marketing reputazionale. Quando l’attenzione alla parità viene esibita come un elemento distintivo dell’immagine aziendale, si scivola nel pink washing, ovvero l’esibizione di una narrazione inclusiva che valorizza simbolicamente la presenza femminile senza intervenire in modo strutturale sulle disuguaglianze.

La parità non si misura con campagne celebrative, ma con scelte concrete, come stabilità contrattuale, riduzione della precarietà, trasparenza nei criteri di avanzamento, reale possibilità di conciliazione tra vita e lavoro, ambienti professionali liberi da pressioni e discriminazioni. È su questi indicatori che si valuta l’effettiva equità di un’organizzazione. La vera parità si costruisce ogni giorno attraverso la pubblicazione trasparente dei dati sulle carriere, la tutela concreta delle lavoratrici madri, la riduzione delle pressioni commerciali e investimenti reali negli organici. Senza questi interventi, ogni dichiarazione di principio rischia di restare formale.

Alle lavoratrici di Poste Italiane non basta essere numericamente superiori e essere pagate quanto gli uomini. Non vogliamo numeri, statistiche vuote, riconoscimenti o striminziti articoli di giornale. Pretendiamo interventi strutturali che ci diano la dignità e la possibilità di realizzare al meglio la vita che sogniamo e che tutte meritiamo.

L’8 marzo non è una vetrina aziendale. Le donne di Poste italiane non sono un elemento da esibire, ma lavoratrici che chiedono rispetto, diritti e opportunità giuste, eque e sostanziali. Finché questi nodi strutturali resteranno ai margini della narrazione ufficiale, la celebrazione rischierà di trasformarsi nell’ennesima richiesta implicita alle donne di continuare a fare di più.

SIAMO DAVVERO SICURE SUL POSTO DI LAVORO?

La violenza di genere è una piaga sociale che vive non solo all’interno delle mura domestiche ma anche nei corridoi dei nostri uffici e nelle strade che percorriamo ogni giorno. La percepiamo nelle battutine sessiste dei nostri capi, nei commenti fatti verso corpi non conformi, fino ad arrivare a comportamenti più gravi, violenti e ricattatori.

I carichi di lavoro sempre più elevati e stressanti, sono problematici non solo per la salute psicofisica in generale delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche perché non lasciano minimamente spazio a momenti di dialogo e condivisione tra le lavoratrici. Infatti, in un contesto lavorativo basato sull’individualismo, le donne, costrette loro malgrado a dimostrare sempre di più rispetto ai colleghi uomini, sono sempre più concentrate nel raggiungimento di obiettivi e performance e questo le allontana e le isola sempre di più.

Di recente proprio una nostra collega è stata vittima di un brutale femminicidio e questo ci ha spinto a riflettere su quanto detto prima riguardo le relazioni umane, in particolare tra donne, all’interno dei luoghi di lavoro.  Noi passiamo un terzo della nostra giornata a lavorare, un tempo di vita importante, quindi dovremmo pretendere luoghi di lavoro sicuri e accoglienti per le donne e le persone marginalizzate. Luoghi dove avere il tempo per aprirsi e confrontarsi con le colleghe rispetto a soprusi e violenze subite anche al di fuori del lavoro.  

Per contrastare la violenza di genere non ci si può limitare a stampare un foglio con scritto il numero verde anti violenza e stalking e appenderlo in ufficio. E’ necessario investire in istruzione e formazione, non solo a scuola, ma anche sul posto di lavoro, con corsi di aggiornamento e discussione portati avanti da personale qualificato e non svolti, sempre in maniera individualistica, sfogliando asetticamente slide preimpostate davanti a un pc in solitaria.

8-9 MARZO SCIOPERO TRANSFEMMINISTA

Il mese di Marzo si apre con due giorni di grandi mobilitazioni. L’8 e il 9 Marzo saremo marea per le strade d’Italia e ancora una volta bloccheremo tutto.

Cobas Poste aderisce allo sciopero transfemminista CONTRO la violenza di genere, la violenza istituzionale ed economica, il controllo dei corpi, lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro, l’economia di guerra e il riarmo, PER l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, per l’autodeterminazione dei popoli e dei corpi.

Oggi più che mai, in un presente segnato da genocidio, guerra, riarmo, repressione e crisi economiche, il significato dell’8 Marzo torna a essere radicalmente politico.

Scioperare significa sottrarsi a un sistema che continua a reggersi sul lavoro non pagato delle donne e sulla loro precarietà. Nel nostro Paese le donne sono ancora le più colpite dal part-time involontario, dai contratti precari, dal divario salariale. Sono loro a farsi carico in misura maggiore di figli, anziani, familiari non autosufficienti. Quando il welfare viene ridotto, quando i servizi pubblici vengono tagliati, il peso ricade quasi totalmente sulle loro spalle.

Ogni euro investito in armamenti è un euro sottratto a scuole, asili nido, sanità, salari, centri antiviolenza, politiche sociali. E le conseguenze di queste scelte politiche sono ben visibili : la violenza di genere diventa un’emergenza strutturale, un fenomeno sistemico che si nutre di disuguaglianze economiche, culturali e di potere.

Esiste un filo che lega le donne italiane a quelle del resto del mondo. La crescente e sempre più diffusa militarizzazione delle società produce un irrigidimento dei ruoli di genere: più controllo sui corpi femminili, più retorica nazionalista, meno diritti. La storia insegna che quando cresce il clima di guerra, arretrano anche i diritti delle donne. Le connessioni sono economiche, politiche, simboliche. Nelle zone di conflitto o nei Paesi in cui la repressione politica è molto forte, sono spesso le donne le prime a subire violenze, l’inasprimento dei controlli e la restrizione delle libertà. Le scelte di riarmo, le politiche migratorie, gli accordi internazionali incidono direttamente sulla vita di milioni di donne nel mondo.

Scioperare l’8 marzo significa affermare che le vite delle donne valgono e che il loro lavoro – dentro e fuori casa – è essenziale e va riconosciuto. Significa denunciare che la guerra non è neutrale e che le politiche di riarmo hanno un costo sociale preciso.

Per questo saremo in piazza tutt* insieme: cittadin*, lavorator*, sindacati, società civile…

Nel riaffermare l’importanza di questa lotta, che è lotta di civiltà, di emancipazione, di progresso, di pace contro ogni barbarie.

UN POPE ALL'UFFICIO POSTALE

Erano passati tre mesi da quando era sta­to eletto, il clamore mediatico che aveva suscitato quella elezione non si era del tutto dissolto.
Come un’anima in pena an­dava avanti e indietro nel salone da dove si era affacciato per la prima volta vesti­to di bianco.
Quel giorno, dopo la fumata bianca aveva ricevuto il tributo della fol­la che aveva urlato il suo nome. Nei gior­ni successivi aveva seguito con interesse i dibattiti televisivi delle tv di stato, la scrivania era piena di giornali che parla­vano di lui.
Giornalisti, politici, filantro­pi, letterati e gente dello spettacolo ave­vano scandagliato la sua vita, rivelandone i segreti le passioni, l’infanzia, gli studi, la formazione.
Le domande più frequenti che essi ponevano e che infiammavano i dibattiti erano sempre le stesse; “Sarà un riformatore? Un conservatore? Un pro­gressista? Avrebbe proseguito il cammino del suo predecessore?”

“Sulla linea che aveva intenzione di segui­re aveva le idee molto chiare, ma da una ventina di giorni si era impantanato su una missione che doveva necessariamen­te espletare.
Si trattava della sua prima uscita o meglio visita informale, che la segreteria di stato gli aveva imposto di fare.
Niente di particolare, un rito che fa­ceva parte di un programma messo in atto già da chi l’aveva preceduto. Si trattava di organizzare una visita improvvisata di poche ore, in un luogo comune tra gente comune.
Il modo giusto per dare visibi­lità al suo profilo e all’incarico che si ac­cingeva a ricoprire.
Chi l’aveva preceduto aveva avuto delle idee brillanti e origina­li, l’ultimo alla prima uscita era andato a mangiare alla mensa dei poveri, poi si era recato in un campo di Rom, un altro aveva portato conforto ai disgraziati che bivac­cavano alla stazione centrale, nella stessa mattinata si era recato a trovare i mala­ti in ospedale e così via. Lui non sapeva dove andare, un’idea non l’aveva ancora trovata. Erano appena passate le undici, quando stanco era andato a sedersi die­tro la scrivania, Il telefono continuava a squillare, sapeva che erano loro.
Guardò la poltrona con i braccioli intarsiati, prima di lui si erano seduti uomini più illustri che avevano fatto la storia. I cassetti della scrivania erano stati lavorati con le stes­se finiture, legno pregiato. Ne aprì uno per semplice curiosità, pensava che fosse vuoto invece ci trovò dei fogli con delle scritte incomprensibili, cercò di decifrare la scrittura ma non ci riuscì.
Dallo stesso cassetto tirò fuori un libretto di preghiere e un altro che parlava di santi e di mira­coli dei miracoli, tra i due libretti trovò un opuscoletto di poche pagine che era stato piegato con cura.

Sulla copertina c’era stampata la scritta: “Vedo Rosso “, di seguito c’era una fra­se che gli mise un po’ di agitazione;“ La controinformazione necessaria per fron­teggiare il lavoro alle poste”. Pensò che si trattasse di materiale sovversivo, si chiese come era potuto accadere che fosse arrivato in quelle stanze?

Lesse avidamente le pagine successive, ma alla fine non trovò niente di tutto quello che aveva ipotizzato. Tirò un sospiro di sollievo, anzi tutto quello che aveva letto lo trovò abbastanza interessante.

“Perché no!” si disse, potrebbe essere la soluzione che cercavo”

Si alzò dalla sedia e suonò ripetutamente il campanello, un attimo dopo arrivò il suo segretario, aveva una faccia spaventata.

“Di cosa ha bisogno Pope? In cosa pos­so esserle utile?” Disse il segreta­rio con un marcato accento america­no.

“Ho trovato! “Disse il Pope “Oggi faremo la nostra prima visita informale. Tra venti minuti fammi trovare una macchina, vo­glio un’utilitaria di piccole dimensioni con un autista, non dobbiamo dare troppo nell’occhio !“

“Mi permetto di ricordarle che dovremmo informare la segreteria di stato, in quanto occorre predisporre una scorta armata … e .. e...! “

“Fa come ti ho detto Eduard, non intendo informare nessuno e non ho bisogno di scorte armate, questa sarà la mia prima visita a sorpresa. ““Andremo in un ufficio postale della città!” Aggiunse il Pope.

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Mezz’ora dopo una 126 bianca anno ‘77, sfrecciava per le vie di Roma. Il Pope e il segretario erano usciti da una porta se­condaria eludendo tutti i controlli. L’au­tista era un nero, Eduard l’aveva contat­tato su internet, con soli cinquanta euro li avrebbe fatto fare il giro di mezza città e riaccompagnati da dove erano saliti. I due non avevano idea dell’ufficio da visitare, chiesero al Nero se ne conosceva qualcuno possibilmente di una zona periferica.

“Ce n’è uno proprio sotto casa mia!” ri­spose questi e senza esitazioni si dires­se nella zona del Quadraro dove abita­va.

“E’ un ufficio di merda Eminenza, ma gli impiegati sono tutti brava gen­te, sono gli unici in tutta Roma che di­spongono degli introvabili moduli, intendevo quelli dei permessi di soggior­no”

“Sono sicuro che riceverà una grande ac­coglienza!“

Quando arrivarono davanti l’ufficio posta­le, la 126 bianca inchiodò con una paurosa frenata. Fuori una cinquantina di anzia­ni erano in attesa di entrare. “Cazzo! “esclamò il Nero “dimenticavo che oggi è giorno di pagamento pensioni !” Si fecero largo tra la folla inferocita che non aveva intenzione di far passare l’uomo vestito di bianco e i due che l’accompagnavano, volarono insulti e male parole. “Fate pas­sare il nuovo Pope “gridava il segretario spaventato. Quando arrivarono alla porta automatica il nero spinse il Pope e il se­gretario nella cabina per farli entrare. Fu per caso o forse per il peso eccessivo dei due, che la porta della cabina rimase bloc­cata. Una decina di minuti dopo, grazie al pronto intervento dei dipendenti, i due riuscirono a mettere piede nell’ufficio postale.

“Non è stata colpa vostra Eminenza, suc­cede spesso che la porta rimane bloccata!” disse Maria Maddalena addetta alla sportelleria. Tra i presenti era stata la prima a riconoscerlo e ad accoglierlo con un sorriso, la donna ebbe il tempo di ingi­nocchiarsi e dopo avergli baciato la mano cadde svenuta.

“Non pensavo che la mia persona potesse causa­re tutto questo” disse il Pope dispiaciuto!” “C’è una mancanza di aerea­zione, aspettiamo da anni che vengano ad istallare i condizionatori d’aria, stamattina è successo la stessa cosa a una vecch… “Non riuscì a completare la frase perché fu gelato dallo sguardo della di­rettrice. La responsabile dell’ufficio si chiamava Tatiana, ma tutti la chia­mavano Tati, aveva una quarantina d’anni, capel­li lisci, unghie lunghe e smaltate e sorriso affa­bile. Fece accomodare i graditi ospiti nel suo uf­ficio. Dopo i convenevoli presentò i suoi impiegati , ringraziò il Pope aver scelto il suo ufficio e della gradita visita. “Sa Eminenza, in questo ufficio siamo una grande famiglia, quest’anno puntiamo al raggiungimento di tutti gli obiettivi aziendali!”

“Ci saranno premi per tutti!”

Prima che i due si congedassero qualcuno propose di fare una foto ricordo, il Pope e la direttrice Tatiana si posizionarono al centro del gruppetto di lavoratori, Eduard si mise di lato . Quando tutto sembrava ormai pronto il Pope notò che accanto ai piedi del suo segretario era posiziona­ta una bagnarola di colore giallo piena d’acqua. Era stata posizionata lì per rac­cogliere le gocce d’acqua che cadevano da un pannello del soffitto, il Pope pensò bene di andare a spostarla, fermò tutti, prima che qualcun altro potesse interve­nire si chinò e raccolse il recipiente. Fu proprio in quel momento che nell’ufficio irruppero alcuni fotografi che con i loro scatti immortalarono il gruppo e sua Emi­nenza con la bagnarola in mano. Non si ri­uscì mai a sapere chi li avesse chiamati e tantomeno a capire perché la porta non si fosse bloccata.

Il giorno successivo come tutte le mat­tine il Pope si svegliò di buon ora, entrò nel suo studio, si sedette dietro la scriva­nia, notò la pila di giornali che gli erano stati portati. Guardò la prima pagina del primo giornale che gli capitò sottomano, poi guardò tutti gli altri. Le prime pagine dei quotidiani parlavano di lui, le foto lo ritraevano con la bagnarola in mano tra gli sguardi inebetiti degli altri presen­ti. Intanto il telefono iniziò a squillare, non alzò la cornetta, voleva gustarsi fino in fondo quel momento. Iniziò a ridere e continuò in modo irrefrenabile,

“Chi l’avrebbe immaginato che sarei fini­to in un Postaccio del genere!”.

“Un Postaccio, si un vero Postaccio!”

(anonimo)

FERIE IMPOSTE E LUNGHE FILE IN POSTE

Negli uffici postali si lavora e si vive male. Si lavora e si vive sempre peggio.

Ancor più in questa chiusura di anno solare, quando, tra le tante altre problematiche che pesano su chi negli uffici ci lavora, ad appesantire ci sono anche le ferie forzate e d’ufficio, comminate malamente al fine del raggiungimento dei KPI di tutti quei soggetti che pur lavorando in poste gli uffici li vedono da lontano, lontanissimo: dallo spioncino delle loro statistiche. Quello è il loro mondo postale, non il nostro. Ma quei dati non sono la realtà: sono una forma distorta delle nostre condizioni di lavoro, volutamente distorta e menzognera, utile solo a restituire una rappresentazione lontana dal vero.

Le ferie d’ufficio sommano carico ai pochi superstiti, già massacrati dall’emorragia occupazionale e dai regimi lavorativi al limite del collasso sia per il sistema che per gli sportellisti.

Ferie imposte e lunghe file in Poste - grafico e testo

Dai dati ricavati dai bilanci aziendali fino al 2019 (dopo quell’anno poste è stata attentissima a non rendere trasparenti tali informazioni) e dai resoconti annuali della Corte dei conti si determina la serie storica del numero delle risorse applicate agli sportelli. Il dato è evidentissimo, in poco più di un decennio agli sportelli ci sono più di 12000 operatori in meno, con un calo del 21% ed una drastica caduta a seguito della privatizzazione del 2015.

Visto che i resoconti della corte dei conti si fermano al 2023, operando controlli finanziari relativi a due anni precedenti, la condizione che viviamo adesso è aggravata da ulteriori due anni di sospensione del turnover, taglio del costo del lavoro e di inette politiche attive buone solo per le sbandierate vuote dei sindacati che le firmano.

Tant’è che nel dicembre 2024 poste e concertativi si accordano senza colpo ferire per un fabbisogno aziendale entro il 2026 di 31200 risorse. A testimonianza di un ulteriore drastico, vertiginoso e inaccettabile taglio.

I lavoratori non avrebbero neanche bisogno delle statistiche per accorgersi che negli uffici sono più gli sportelli vuoti che quelli con presenza di colleghi e che contestualmente allo svuotamento si sono moltiplicate le funzioni da svolgere, i prodotti, le competenze da acquisire e tutte le responsabilità ad esse collegate.

Con l’accordo ferie del marzo 2018, controfirmato da tutti i concertativi, queste sono scivolate ancor più in mano aziendale. Nonostante l’accordo preveda che la programmazione, là dove non effettuata dal lavoratore, venga fatta d’ufficio, la fruizione dovrebbe comunque essere sempre un’intesa tra le esigenze delle due parti. Altrimenti, quando forzata, verrebbe meno l’accezione del riposo psico-fisico a cui le ferie dovrebbero assolvere.

La prassi delle ferie imposte è accompagnata da dubbi di legalità, come sancito da sentenze relative a problematiche sollevate in altre categorie lavorative.

Non a caso raramente queste vengono comminate dall’azienda nella maniera formale e con comunicazioni specifiche al lavoratore da parte dei gestori delle risorse umane ma quella che viene adoperata è una modalità che permette alle filiali di nascondere ogni eventuale implicazione: vengono esercitate pressioni ai direttori che a loro volta le riversano sui lavoratori, vengono fatte telefonate dirette o incontri informali in filiale, cosicché i periodi di ferie decisi d’imperio risultino essere una scelta del lavoratore ed una responsabilità del direttore anche, là dove, nei giorni di pagamento delle pensioni gli uffici dovessero rimanere con inadeguato personale generando così disservizi enormi, con code infinite che non fanno altro che esasperare gli utenti, le cui frustrazioni ricadono ancora una volta sui lavoratori.

Le ferie d’ufficio non sono una novità, ma data l’estrema riduzione delle risorse diventano condizione sempre più insostenibile.

Sono anni che assistiamo sistematicamente a questo atteggiamento: a fine anno, all’Sono anni che assistiamo sistematicamente a questo atteggiamento: a fine anno, all’improvviso, non conta più presenziare in ufficio a pieno organico per fronteggiare i giorni di pagamento pensioni, al punto che anche in caso di emergenze vengono spesso rigettate le richieste di ferie degli sportellisti. All’improvviso, e per di più in coincidenza col pagamento delle tredicesime, questo principio viene accantonato. E viene abbracciato, in pieno spirito natalizio, il disservizio maggiore per gli utenti costretti a file interminabili, alle quali si aggiungono altri tipi di disservizi: mancanza di contanti, stampanti rotte, ATM che non funzionano, e in alcuni casi sono state negate anche le risme di carta per saturazione budget. È il modello organizzativo del lavoro in poste: una via di mezzo tra l’ottocentesco taylorismo e la distorsione becera della contemporanea Lean Production, produzione snella, dove il superfluo viene eliminato. Ed il superfluo per poste italiane siamo noi: Lavoratrici, Lavoratori, e perfino le nostre ferie.

Tabella e testo - sportellisti e ferie imposte
COBASPOSTE

Informazioni

Cobas poste è un organismo sindacale di base composto esclusivamente da Lavoratrici e Lavoratori che attraverso l'autorganizzazione mettono in atto la contrarietà alle politiche aziendali tese all'esclusivo profitto per manager ed azionisti. Rivendicando il servizio offerto come bene necessario per la collettività esercitano una molteplicità di azioni ad autosalvaguardia dell'operato e della integrità di chi lavora ogni giorno.  

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