Le trasformazioni in Poste hanno assunto un ritmo travolgente, furibondo.

Non manca giorno che una novità, sia di ordine interno (nuove disposizioni, nuovi lavori, nuove flessibilità) che esterno

(acquisizioni di società, posizionamento nel mercato borsistico, espansione del suo raggio d’intervento, dalle assicurazioni ai

nuovi servizi di gas ed energia) ci piombi addosso “unilateralmente”, senza cioè che possa procedere una discussione collettiva,

tutto è assunto a prescindere, l’azienda marcia senza interlocutori, senza ostacoli…

I “pieni poteri”, matrice delle diseguaglianze sociali, qui non vengono teorizzati ma praticati. I sindacati ormai sono chiamati

solo per suggellare le nuove scelte aziendali, per ratificare nuovi aumenti di produttività che determinano un progressivo

peggioramento della nostra condizione.

L’Azienda, nei posti di lavoro, si struttura concentrando i poteri e le decisioni sempre più in alto, in un manipolo ristretto. Non

solo le categorie di massa (portalettere, sportellisti, logistica e cmp) sono privati di qualsiasi autonomia nel loro lavoro ma ora

questa sottrazione di potere e decisioni si estende ai consulenti, ai responsabili locali di recapito, ai direttori di ufficio. I toni

arroganti e l’aggressività delle videoconferenze, vittime direttori e consulenti, “trattati come cani” dalle filiali dimostra che

quello che vogliono non è essere stimati, ma temuti.

E una nuova organizzazione del lavoro si adegua al “clima militaresco”; non cercano collaborazione ma obbedienza, fedeltà al

comando; al posto delle “linee guida”… ordini; la prestazione lavorativa, svuotata dalla peculiarità umana, è robotizzata,

uniformata; il conformismo, la nuova divisa; il dissenso diventa insubordinazione, attentato alla mission aziendale, al profitto,

simulacro sdoganato anche dai sindacati.

I lavoratori, così senza rappresentanza, vivono nella solitudine più nera, disperata, questo flusso che pare non arrestarsi di

fronte a nulla; ognuno è lasciato solo, con i suoi problemi, con i suoi drammi, e nessuno sa come uscirne, pare una galera

psicologica ma è invece reale, concreta…fuori dal lavoro ti sembra di essere “libero”, dentro uno schiavo impotente.

Da questa complessiva condizione si esce insieme. Ognuno, con i “suoi” specifici problemi (di orario, salario, casa, figli…di

stabilizzazione, di trasferimento, di lavoro agile, di orari sforati e non pagati, di part-time imposti…) è parte di una stessa radice:

la sottomissione assoluta all’impresa, ai suoi principi economicisti, alla sua autorità, indiscussa, intoccabile, sacra.

PER QUESTO C’È NECESSITÀ DI UNA ROTTURA, DI UNO SCIOPERO.

Uno sciopero che segni un punto chiaro e fermo: che avvii una svolta. Serve un colpo decisivo di autonomia nostra, un

momento in cui concentrare la nostra rabbia, sofferenza, i diritti negati, le nostre esigenze sempre posticipate o, ipocritamente,

“compatibili” con le esigenze aziendali.

Noi proponiamo lo sciopero. Lo proponiamo con una lettera aperta per avviare una discussione a fondo, con tutti i lavoratori,

affinché maturi, si precisi meglio, anche nei dettagli rivendicativi, fino a diventare lo strumento di ognuno di noi, sentirlo nostro.

Noi, come sindacalismo di base, lo proponiamo ma diciamo subito che non è nostro, non delle sigle, ma delle lavoratrici e dei

lavoratori; che noi mettiamo la firma, cioè diamo la copertura legale.

Ripetiamo: lo sciopero non è nostro ma delle lavoratrici e dei lavoratori – se lo decideremo.

Una giornata in cui i lavoratori delle Poste, così bistrattati, derisi, “incapaci di lottare”, divisi, individualisti, sconfitti, facciano di

quella giornata un episodio storico. Di questo c’è bisogno.

Avviamo ora una campagna sulla necessità dello sciopero con lo scopo di raccogliere adesioni, consensi, saggiarne la maturità.

In seguito, indiremo una assemblea nazionale on-line per fare il punto di dove siamo arrivati e scambiarci lì le nostre opinioni

e prendere una decisione collettiva.

le Lavoratrici ed i Lavoratori di

CUBposte COBASposte SI COBASposte