Cobas Poste

Il 30 novembre è stato siglato il rinnovo del CCNL per i lavoratori postali dopo cinque anni dalla sua scadenza. Dai dati che sono trapelati dalle varie organizzazioni sindacali ci sono alcuni aspetti che vorremmo analizzare, precisando che vere e proprie considerazioni le faremo quando avremo esaminato, nella sua interezza, il nuovo contratto. Così come propagandato dai firmatari gli aumenti medi salariali (livello C) previsti per questo rinnovo contrattuale sono di 103 euro di cui 81,50 euro lordi più 12,50 per sanità integrativa e 8,00 per incremento del fondo pensione.

In realtà il contratto, che vale dal 2016 al 2018, prevede 2 tranche di aumento, la prima a febbraio e la seconda ad ottobre 2018, l’aumento effettivo dello stipendio di ben 59,00 euro netti si concretizzerà solamente a 3 mesi dalla sua scadenza e l’ ”una tantum” di circa 1.000 euro lordi diventa il contentino che non pareggia tutti i mesi di stipendio privi dell’aumento stabilito, quelli del 2016, 2017 e gran parte del 2018, né tantomeno quelli del mancato rinnovo 2013-2016. Ovvero sono una minima parte di stipendio non percepito negli anni di assenza contrattuale (per l’inettitudine delle oo.ss. collaborazioniste) e giammai una conquista sindacale così come vogliono lasciarci intendere.

Sicuramente è “anomalo” discutere per anni sul rinnovo contrattuale e poi firmarne uno con scadenza entro l’anno successivo(!?), tra l’altro tra soli 6 mesi inizierà la trattativa per quello a venire. Ciò ci fa presupporre il fatto che questo sia solo di passaggio, per introdurre nella parte normativa del prossimo, ad esempio, tutte quelle” clausole” peggiorative che in questo contratto non è stato possibile introdurre in quanto si è voluto legare la riorganizzazione del recapito e “le politiche attive del Lavoro”, come dice l’amministratore delegato, al CCNL. Infatti già sono stati presi accordi di massima sull’ esodo incentivato di 15.000 lavoratori in 3 anni a fronte di 5.000 stabilizzazioni di CTD (magari con contratto di apprendistato) più 1.000 circa passaggi di lavoratori da part-time a full-time. Quindi, in definitiva, con un taglio di 10.000 posti di lavoro ed incassando anche l’implementazione totale del recapito a giorni alterni (in barba alla Legge 158) ed inserendo nelle zone regolate anche le grandi città ad eccezione, sembra, di Roma e Milano. Cosa questa che lascia intendere di fatto un altro giro di vite sia per i lavoratori che per il servizio dato ai cittadini. Offrendo così, sul piatto della bilancia, un’azienda sempre più “snella” ed appetibile che favorirà l’ulteriore trance di privatizzazione, per il momento temporaneamente accantonata, dando così il benservito al servizio pubblico postale.

Per quanto riguarda la parte sottratta al reddito e destinata alla sanità integrativa di euro 12,50 ed al fondo pensione di euro 8,00, è doveroso un approfondimento: In data 4 novembre sul nostro sito abbiamo trattato l’argomento partendo da un servizio giornalistico che s’intitolava “Ecco chi ci guadagna dai fondi pensione”, ne veniva fuori che a questi, gestiti al 50% da associazioni datoriali e sindacati concertativi, ha aderito solo il 24% dei lavoratori e che quindi hanno pensato bene di inserire nei rinnovi contrattuali voci, come i fondi pensione, sottraendo salario diretto alle tasche dei lavoratori. Il rinnovo contrattuale dei postali, al pari di quelli di altre categorie, prevede una quota di reddito crescente trasformata in benefit, ovvero in servizi che dovrebbero essere garantiti dallo stato in cambio delle tasse che paghiamo e che ci vengono sottratti con lo smantellamento funzionale agli interessi dei privati che ad esso si sostituiscono. Risultano di fatto come incrementi al salario ma ne puoi usufruire solo se sottoscrivi queste “polizze assicurative”. Soldi nostri ma vincolati e non disponibili. Questo è solo la punta dell’iceberg del fenomeno più complesso e articolato denominato WELFARE AZIENDALE. Che altro non è se non la progressiva sostituzione nella gestione privatistica di quel WELFARE STATE che garantiva a tutti pari diritti nella fruizione dei servizi minimi, vitali e necessari ad una esistenza dignitosa. Tra questi, guarda caso, anche la tutela del piccolo risparmio e la libertà della corrispondenza sancita dalla costituzione. Quello STATO SOCIALE teso a ridurre le disuguaglianze e che in pochi decenni, governi neoliberisti col supporto di sindacati venduti alle logiche dell’interesse economico e della perpetrazione dei propri privilegi, hanno smantellato di proposito per giustificare l’ingresso di logiche e capitali privati il cui unico fine è quello del profitto ad ogni costo, tanto i costi gravano solo sui lavoratori e sugli ultimi della società. Questi ultimi, si troveranno a pagare due volte gli stessi servizi. Una volta allo stato con le tasse e una volta all’azienda con la sottoscrizione del reddito. Con l’aggravante paradosso che le tasse concorrono a finanziare, grazie alla legge di stabilità, le agevolazioni fiscali per le aziende che concedono servizi privati e dunque contribuiscono alla ulteriore smembramento dell’apparato assistenziale pubblico.

Per tutto questo e per altro ancora RIGETTIAMO l’ennesimo contratto che non ci appartiene come lavoratori, cittadini ed utenti.

 

COBAS POSTE

CONSIDERAZIONI SULL'AUDIZIONE

In riferimento all’audizione del 14 novembre 2017 Matteo Del Fante, amministratore delegato di poste italiane, ha presentato come è e come sarà Poste Italiane, parlando di numeri, cambiamenti e rispondendo ad alcune domande della commissione presente. Noi abbiamo ritenuto doveroso esprimere le nostre considerazioni.

Matteo Del Fante di privatizzazioni se ne intende, il suo ingresso in Cassa depositi e prestiti, dove ha ricoperto il ruolo di direttore della finanza, coincide con la trasformazione della stessa in SPA e il conseguente ingresso nel capitale di 65 fondazioni bancarie, che tutt’ora speculano con i nostri soldi. Non ci stupisce che il nostro amministratore delegato quando parla di Uffici Postali si riferisca a Transazioni, Conti correnti e mai ad un miglioramento del servizio con riaperture di uffici chiusi e nuove forme di tutela per i piccoli risparmiatori. Non ci stupisce che quando parli di recapito, parli di pacchi e consegne a giorni alterni e fa l’esempio del “carretto gelati” che si traduce in un postino che attraversa i quartieri come un venditore ambulante, chiama la gente a prendersi la posta o a pagare bollettini

Noi, come sindacato sociale, abbiamo sempre lottato per un servizio pubblico e garantito. Abbiamo sempre individuato nell’unicità aziendale e nella sinergia tra i settori la migliore strategia per garantire la funzione sociale. Perché è proprio la presenza costante sul territorio della figura del portalettere e di un ufficio postale che hanno rappresentato la vicinanza ai cittadini, specialmente ai più disagiati, ed andrebbero attuati interventi migliorativi e non peggiorativi come la chiusura di uffici postali e il recapito a giorni alterni, il quale riteniamo essere anche discriminatorio perché divide i cittadini in due categorie, in funzione di dove risiedono, avranno un servizio diverso.

I due settori risultano da sempre essere complementari, ed al recapito, su cui l’AD evidenzia il 10% calo volumi ogni anno, e che le leggi del mercato ti spingono a competere con il resto d’europa che ha volumi più alti, andrebbe riconosciuta l’immagine e la pubblicità che gratuitamente esercita sul territorio dove finalizza tutti i prodotti del bancoposta e non solo (Vedi Poste Mobile,  Poste Impresa), e riteniamo errato ragionare in termini di bilancio di settore, ogni settore contribuisce alla crescita di Poste Italiane.

Ed a fronte dei numeri sbandierati durante l’audizione dal nostro AD, ci verrebbe da chiedersi come mai non si è intervenuti potenziando strutture e logistica che ad oggi risultano essere inidonee a sostenere il flusso di pacchi che sta avanzando? Lui stesso dice:  ”in futuro poca posta e molti pacchi”.  Come mai non si è intervenuti con nuove assunzioni a tempo indeterminato (ultime assunzioni programmate risultano essere del 2002)?

A questo è stata esaustiva la risposta dell’AD sull’incalzare delle domande dei componenti delle commissioni, circa l’utilizzo indiscriminato dei Contratti a tempo determinato che non vengono confermati e si creano disservizi dovuti al continuo avvicendamento e l’AD, con candore, ha detto: I ctd permettono servizi più flessibili che i lavoratori a tempo indeterminato, soggetti a contratto, non possono fare”.

Inoltre, rispetto alla chiusura di piccoli uffici, la commissione, in audizione, ha fatto notare che la nuova legge 158 sancisce che i comuni fino a 5000 abitanti devono avere tutti i servizi che sono appannaggio delle grandi città: banda larga, servizio postale capillare ecc ecc (art9). Non c’è mai stata condivisione con i territori (sindaci) nei tagli degli uffici postali e nel recapito a giorni alterni, come è previsto da questa legge. Quindi la chiusura di uffici postali va contro il dettato della legge 158, ed anche il recapito a giorni alterni va nella stessa direzione.

L’AD ha detto, in piena adesione a questa legge, che non chiuderà altri uffici postali, ma potrebbero esserci delle rimodulazioni di orario e le eventuali chiusure(79) riguarderà uffici non di piccoli comuni, valutando sovrapposizioni nel raggio di 1 Km.

Per ciò che riguarda invece i giorni alterni, sui disservizi si è espresso così “Il recapito a giorni alterni interessa l’11,5% della popolazione, mentre l’incremento dei reclami è al 9%...” come se fosse un risultato positivo senza tenere conto che un incremento del 9% dei reclami è un gran bel numero di utenza. Infine ha ribadito l’intenzione di completare la riorganizzazione dei rimanenti uffici, delle aree regolate con il recapito a giorni alterni.

Questo giustificando la cosa con il risparmio del costo di lavoro dichiarando, in termini di servizio, che “è meglio avere un recapito certo a giorni alterni che incerto tutti i giorni”.

L’AD si vanta inoltre della riduzione del costo del lavoro affermando che la decrescita occupazionale dal 2015 ad oggi è di 3000 lavoratori ogni anno sottolineando “concordata con il sindacato”.

L’AD si è vantato anche di aver fatto uno sforzo per permettere ai cittadini di prendere la posta inesitata all’ufficio postale prossimo e, per aver più efficienza, si cerca di rimodulare gli orari. “Là dove c’è il maggior numero di clienti (forse utenti?) l’ufficio chiude alle 18 00 e si garantisce lo smaltimento della clientela (forse utenza?)”. Lamentandosi però, che lo sciopero degli straordinari (unico strumento di lotta contro la richiesta continua di flessibilità) ha vanificato spesso tale scopo.

In definitiva si è parlato, visto che era una commissione mista, ambiente e trasporti, anche dell’utilizzo di mezzi meno inquinanti (elettrici e quant’altro), ma ciò che è venuto alla luce è soltanto la riduzione dell’occupazione e la politica discriminatoria dei giorni alterni.

Anche in giornate come queste che il nostro pensiero è rivolto a te caro Fabio, è bello ricordarti con noi nelle tante iniziative di lotta che ci hanno visto uniti in questi anni, dei tanti viaggi fatti insieme, dei treni che ci hanno portato  in grandi città  o piccoli paesi, dove a volte ci capitava di incontrare anche pochi colleghi, si tornava stanchi sì, a volte delusi, ma mai sconfitti  e già dal giorno dopo, tu eri tra quelli pronto a  elaborare nuove iniziative . Ci piace ricordarti così, nelle assemblee mentre parli ai lavoratori, col tuo modo pacato, gentile, chiaro. Ci piace ricordarti  nei tanti presidi fatti,  dove arrivavi  con la tua vecchia auto stracarica di tabelloni, bandiere, volantini, megafono e casse, che tante volte facevano fatica a funzionare.

Ci manca la tua voce che ci chiamava nei collegamenti skipe: “Milano…. Torino….Firenze….Salerno..Pescara.. ci siete?..? “ Ci siamo Fabio… ci siamo nei cortei a ripercorrere  i viali di Roma e di tante altre città, uniti e sorridenti nelle giornate di pioggia o di sole, con le nostre bandiere rosse  per difendere come avevi scritto tu nell’ultimo volantino : “i diritti costituzionali e inalienabili dell’occupazione, della qualità del lavoro, del servizio pubblico tutti i giorni e ovunque…..”.

Per te che hai lottato tutta una vita, rimarrà il contributo prezioso che ci hai lasciato. Contributo tenace, intelligente, leale, ma  soprattutto “indispensabile”.

 

Nelle principali città bloccati i trasporti e il 25% dei lavoratori/trici della scuola in sciopero. Buoni risultati anche nella Sanità, Pubblico Impiego, Telecomunicazioni, Lavoro Privato. Decine di migliaia in piazza contro le politiche economiche e sociali del governo e la sua Finanziaria.

Ignobile aggressione poliziesca al MIUR contro docenti e ATA, picchiati a freddo manifestanti travolti da cariche teppistiche, due militanti COBAS feriti seriamente e ricoverati in osservazione, vari contusi.

Malgrado il clamoroso silenzio-stampa (che per alcuni giornali come “La Repubblica” perdura tuttora nelle edizioni “on line” che fanno finta di non accorgersi neanche del blocco totale dei trasporti in tante città) di chi non rispetta neanche l’obbligo di avvertire in anticipo la cittadinanza delle azioni di protesta, lo sciopero generale di oggi, indetto dai COBAS, USB e UNICOBAS, ha avuto un notevole successo.

Nelle principali città, da Roma a Milano, da Firenze a Bologna e Palermo, i trasporti urbani hanno registrato punte altissime di partecipazione allo sciopero, ben oltre le forze delle organizzazioni promotrici. Decisamente buona anche la partecipazione dei lavoratori/trici della scuola, che, nelle principali città, hanno scioperato intorno al 25%. Positiva anche la protesta nella Sanità e nelle Telecomunicazioni, nelle Poste e nelle Ferrovie e in generale di tanti settori del Pubblico Impiego e del Lavoro privato dipendente.

Parecchie decine di migliaia di persone hanno manifestato nelle principali città, con partecipazioni rilevanti soprattutto a Roma, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Palermo, Venezia, Livorno, Genova, Padova, Pescara e Bari. Tutte le manifestazioni si sono svolte pacificamente, in un clima combattivo ma sereno. Con un’unica, gravissima eccezione, dovuta ad un disgustoso (e senza precedenti, per cortei di lavoratori/trici della scuola) comportamento della questura e dei poliziotti sul campo: a Roma, davanti al MIUR, con motivazioni grottesche, ai manifestanti che dovevano, come consuetudine, trasferirsi dal MIUR al Parlamento è stato prima impedito il corteo, pretendendo dittatorialmente che venissero tolte tutte le bandiere, gli striscioni, le pettorine e addirittura i cappelli con la sigla COBAS, e che ci si spostasse sui marciapiedi a piccoli gruppi di 10 persone. E poi, di fronte al rifiuto di tali umilianti procedure, i dirigenti di piazza hanno lasciato scatenare alcune decine di energumeni che, con comportamento teppistico, caschi in testa e manganelli, hanno stoltamente caricato docenti ed ATA inermi, ferendo seriamente Davide e Simone, lavoratori e militanti COBAS, ricoverati ora in osservazione in ospedale, oltre ad un’altra dozzina di contusi. Non sappiamo se questa aberrante decisione sia stata partorita dal neo“sbirro in capo” Minniti, tanto apprezzato anche da fascisti e leghisti o sia una decisione autonoma della questura romana. In ogni caso la prendiamo per quel che è, una dichiarazione di guerra nei confronti dei lavoratori/trici della scuola che non resterà senza conseguenze.

Comunque, tornando alla mobilitazione nazionale, gli scioperanti nella Scuola hanno ribadito il rifiuto delle ridicole proposte governative che prevedono per docenti ed ATA, dopo 10 anni di blocco contrattuale, un’elemosina di 50 euro mensili, mentreper i presidi un aumento di 500 euro, respingendo l’obbligo assurdo di 400/200 ore di Alternanza scuola-lavoro, i quiz Invalsi, la chiamata diretta e i “bonus” decisi dai dirigenti per formare una “corte” di succubi; e hanno chiesto aumenti che recuperino almeno il 20% di salario perso nell’ultimo decennio, l’immediata assunzione dei vincitori del concorso, degli abilitati e dei precari con tre anni di servizio su tutti i posti disponibili in organico, il potenziamento degli organici ATA, le immissioni in ruolo sui posti vacanti e il ripristino delle supplenze temporanee. Più in generale, i lavoratori/trici di tutte le categorie hanno protestato contro le politiche fiscali e previdenziali del governo e l’innalzamento dell’età pensionabile, la distruttiva “austerità”, la precarietà dilagante del lavoro, i sotto-salari e la piaga delle “esternalizzazioni”, dei tagli e degli appalti nei servizi pubblici, le privatizzazioni delle strutture pubbliche e dei Beni comuni; esigendo contratti nel Pubblico Impiego che facciano recuperare ai lavoratori/trici almeno quanto perso per il lunghissimo blocco, la copertura delle carenze di organico nelle strutture e nei servizi pubblici, il ripristino della tutela contro i licenziamenti illegittimi cancellata dal Jobs Act; e infine, contro il monopolio della rappresentanza assegnato ai sindacati concertativi, hanno richiesto il diritto di assemblea per tutti i sindacati e una scheda nazionale alle elezioni RSU per misurare la rappresentatività nei vari comparti, difendendo il diritto di sciopero contro tutti i tentativi di annullarlo o ridurlo ulteriormente.

Piero Bernocchi  portavoce nazionale COBAS  

10 novembre 2017

Ultimamente è tornata in auge la questione della pensione complementare, dei fondi pensione, in quanto i sindacati, con l’avallo della politica, stanno cercando di renderla obbligatoria per legge. In passato i cobas, anche alle poste, hanno fatto una campagna contro i fondi pensione e a favore del mantenimento del TFR in azienda che dà luogo ad interessi certi ogni anno, mentre i fondi pensione soggetti alle leggi del mercato finanziario, alle obbligazioni non danno, né davano, la certezza di una rivalutazione reale e concreta. 

Negli ultimi tempi, una trasmissione di la7 ha pubblicato un servizio dal titolo “ecco chi ci guadagna sui vostri fondi pensione”, dove ha indagato su gli stessi e sul fatto che i sindacati stanno diventando veri e propri imprenditori finanziari, investitori di borsa nei mercati finanziari mondiali.

I consigli di amministrazione di questi fondi, gestiti al 50% dalle associazioni datoriali e dai sindacati concertativi, amministrano, sempre secondo questa trasmissione, circa 42,546 miliardi di euro di risparmi dei lavoratori. Sono i fondi di previdenza complementare finanziati con i contributi dei lavoratori.

I lavoratori comunque hanno dimostrato chiaramente che non si fidano di questi fondi Infatti solo il 24% di essi vi hanno aderito e così i sindacati hanno pensato bene di obbligarli a farlo.

Dal prossimo luglio infatti, con il rinnovo contrattuale, gli autoferrotranvieri, dovranno obbligatoriamente versare € 90 l’anno ai fondi pensione che verranno sottratti agli aumenti contrattuali (meno salario più fondi pensione). E tutti i più recenti rinnovi contrattuali mostrano questa tendenza. Non sarà da meno quello prossimo dei postali che prevederà quote sempre crescenti di reddito diretto sottratto al lavoratore e trasformato in benefit, ovvero in servizi che dovrebbero essere garantiti dallo stato in cambio delle tasse che paghiamo e che ci vengono sottratti con lo smantellamento funzionale agli interessi dei privati che ad esso si sostituiscono. 

Un approccio in tal senso si è già avuto col verbale di accordo del 19 luglio 2017 tra azienda e sindacati concertativi dove è prevista la facoltà, per ora, del dipendente di destinare parte o tutto il premio di risultato a fondo poste o altri fondi pensionistici complementari.

Sempre nella trasmissione sono state sottolineate le scelte più eclatanti, in senso negativo, di come sono stati utilizzati in passato questi fondi: 

1)      INPG (fondo giornalisti) cui l’ex presidente ex sindacalista Camporese è sotto processo per truffa e corruzione 

2)       Enasarco (fondo agenti commercio) che ha acquistato un derivato finanziario per 780 milioni di euro dalla banca americana Lehman Brothers, fallita nel 2008, che ha comportato una perdita di mezzo miliardo di euro 

3)      Fondo complementare Casella, dedicato ai poligrafici, che negli ultimi 10 anni ha perso 110 milioni di euro e ha praticamente dimezzato le prestazioni ai suoi scritti.

Queste sono le rappresentazioni più evidenti dei rischi per i lavoratori che i loro soldi corrono in mano a questi “neofiti della finanza”. È chiaro che al sindacato e ai datori di lavoro conviene gestire questa enorme quantità di denaro mentre lavoratori sono chiamati solo a finanziare con il proprio lavoro queste attività speculative, i primi ci guadagnano senza di fatto rischiare nulla, i lavoratori rischiano invece i propri soldi, i propri aumenti contrattuali senza avere nessuna partecipazione diretta.

Questo del fondo pensione complementare è solo una parte del fenomeno più complesso e articolato denominato WELFARE AZIENDALE, che altro non è se non la progressiva distruzione dello stato sociale e del suo principio egualitario quale elemento fondamentale per affrontare dignitosamente
il vivere quotidiano.

L’ultimo coefficiente di rivalutazione del TFR per il periodo dicembre 2016-settembre 2017 è risultato uguale a 1,723205 quindi si è rivalutato di questa percentuale senza correre alcun rischio e “astraendo” senza impegnare gli aumenti salariali che purtroppo invece sono stati decurtati per la parte percentuale che sovvenziona l’azienda.

 Alcune precisazioni per la conoscenza dei lavoratori:

  • L’ammontare del TFR annuo si calcola prendendo la retribuzione lorda annua dividendola per 13,5, il totale meno lo 0,5% trattenuto dall’INPS come contribuzione previdenziale. 

             Semplificando basta calcolare il 6,91% della retribuzione lorda annua;

  • al 31/12 il risultato di ogni anno andrà rivalutato aggiungendogli un coefficiente percentuale ricavato moltiplicando per 0,75 il tasso di inflazione dichiarato dall’ISTAT ed incrementando il prodotto ottenuto di 1,5%. Questa serie di operazioni andrà ripetuta ogni anno e la somma dei singoli risultati darà l’ammontare complessivo del TFR;
  • da marzo 2015 è possibile per i dipendenti richiedere il TFR, mensilmente, in busta paga, tale scelta sarà irrevocabile fino al 30 giugno 2018. Unica cosa da sottolineare è che questa forma non è conveniente poiché soggetta ad una tassazione superiore. 

Infatti:

  1. a)      TFR in busta paga mensilmente, tassazione al 27%;
  2. b)      TFR in azienda, tassazione al 23%.