Ci preme rilevare che il confronto e la discussione -nonostante fosse la prima volta e con persone tra loro “sconosciute”

quindi anche restie ad esprimersi - ha segnato una condizione comune sia rispetto alla protezione della salute, giudicata

insufficiente, sia per le prospettive di una riapertura delle attività produttive, con tutti rischi che questa comporta.

Fondamentale è stato il lavoro sul “questionario sicurezza in Poste” - il primo serio tentativo attuato da lavoratori per

lavoratori - e l’averne riportato i risultati; basato su un campione di 530 risposte che hanno messo a fuoco la situazione

rispetto ai DPI (tardivi, insufficienti, materiale scadente o addirittura assenti), alla sanificazione (una tantum e non

sistematica), al non ripetto della distanza sociale, alle pulizie quotidiane a fine turno (non potenziate né in ore né in

personale), alla mancata sanificazione dei mezzi di trasposto. Il dibattito, rimarcando le tracce del questionario, ha

aggiunto, alle esperienze personali, domande, richieste e proposte sul come andare avanti, che ha permesso anche a noi

del sindacalismo di base di meglio definire e precisare una “strategia” in questa fase di emergenza, che è nuova, inedita,

davvero sconosciuta, e che quindi bisogna affrontarla, sia con metodi adeguati, che con uno sforzo di intelligenza in più.

Noi riteniamo che lo sciopero nazionale alle Poste sia la risposta e l’obiettivo giusto sia per far comprendere all’azienda

che così come ha organizzato il lavoro non va; sia per imporre un’altra agenda della protezione della salute dei lavoratori

per quelle poche attività indispensabili che riteniamo debbano essere aperte. Lo stesso smart working (lavoro a distanza,)

tanto sbandierato dai media che non hanno mai messo un piede negli ambienti di lavoro, ora è imposto per un numero

limitato e marginale di lavorazioni e che, nell'organizzazione frettolosa e vorrebbe rispondere ad una modernità rachitica,

presentano già le prime criticità: i lavoratori lamentano mancanza di spazi adeguati nelle proprie abitazioni; la promiscuità

familiare di una convivenza con bimbi piccoli che spaziano nei pochi metri quadri della casa, non possono conciliare con la

serenità delle operazioni sottoposte a permanenti distrazioni.

Lo sciopero come strumento per “piegare” l’azienda alla volontà dei lavoratori.

Ma certo lo sciopero si deve organizzare: non basta decidere una data, esso deve maturare nei posti di lavoro, esso deve

riguradare l’intera categoria, esso deve essere di massa, deve fermare le produzioni in tutta Italia. Questa l’ambizione,

questo l’obiettivo. E lo sciopero si prepara proprio nei posti di lavoro dove ci costringono a lavorare puntando

essenzialmete sulla salvaguardia della salute e della sicurezza dei lavoratori. Su questo non si transige. Non sono permesse

leggerezze perchè una volta preso il virus, inizia un cambiamento molecolare della nostra vita che ci piomba in una

situazione atroce...si ripercuote innanzitutto nella famiglia, sui nostri affetti cari...cominciano le preoccupazioni serie..si

vive in solitudine la stessa malattia, magari in ospedale, in isolamento per settimane...l’azienda allora diventa

lontana...malediremo l’inettitudine di capi e capetti che con superficialità ci esponevano al rischio..

In questa fase di cosiddetta “convivenza” con il virus la nostra lotta, che deve “concludersi” con lo sciopero nazionale, deve

incentrarsi sulla sicurezza senza deroga alcuna: questo vuol dire che laddove non vengono rispettate le misure di

protezione dobbiamo agire; agire significa andare dalle astensioni, lì dove c’è la forza di farlo, alla lettera-diffida (che

possiamo scrivere noi come sindacato per non esporre i lavoratori – allo scopo raccogliere e far pervenire i dati e le

informazioni precise), così da accumulare consapevolezza dello sciopero e materiale per eventuali denuncie sia ai giornali

che alle Asl che ai tribunali, tutti strumenti che dobbiamo utilizzare ai fini della costruzione della mobilitazione per lo

sciopero che induca l’azienda a rivedere a fondo la sua strategia di anticontenimento del virus. Il distanziamento sociale è

la più importante misura da adottare per contenere la diffusione del virus, ed è qui che l’azienda è più deficitaria perchè

ereditiamo un’organizzazione del lavoro basata sul concentranento delle lavorazioni, dai cmp (reparti collegati, mense,

spogliatoi, ascensori...) al recapito (casellari attaccati l’un l’altro, cassette che passano di mano in mano...) e l’azienda qui

non intende intervenire se non con lo sfasamento orario e ...lavarsi spesso le mani! Qualcuno ha proposto che meglio

sarebbe ridurre l’orario di lavoro a tre ore al giorno, anche perchè le lavorazioni con guanti e mascherine intralciano le

operazioni, le rallentano e impediscono la produzione di prima. Ma significa anche non permettere i distacchi, né gli

straordinari, tutte disposizioni a cui bisogna reagire e non lasciar passare sotto silenzio, perchè vanifica tutti gli sforzi a cui

siamo sottoposti e vanificandoli, prolunga la permanenza del virus anziché sconfiggerlo/contenerlo. La rivendicazione dei

tamponi per tutti coloro che sono costretti ad andare a lavorare, insieme alla dislocazione in ogni ambiente di lavoro di

strumenti per la misurazione quotidiana della temperatura (dai termoscanner alla strumentazione portatile tipo

supermercato) deve essere permanente. Nè vanno dimenticate le rivendicazioni che sanciscano la integrità salariale, anche

ricorrendo ad una “patrimoniale” sui benefit e sui grandi stipendi del management di Poste; come respinte vanno anche

tutte le ipotesi (dalle ferie, al conteggio penalizzante della malattia) che siano i lavoratori a doverci rimettere perchè

causate dall’emergenza coronavirus, non da comportamenti dei singoli.

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