IL NOCCIOLO DEL CONTRATTO È NEL SALARIO

 

IL CONTRATTO È SCADUTO DA UN ANNO

UN ALTRO ANNO AI DANNI DEI LAVORATORI

 

Sì, perché il mancato rinnovo del Contratto è di per sé già una perdita considerevole per i lavoratori. Mentre stipendi e salari restano al palo non è così per i guadagni dei dirigenti, padroni ed affini che nemmeno si accorgono del costo reale della vita, sempre più insostenibile per via dei sistematici rincari dei servizi, dei beni e delle merci anche di prima necessità. Di ciò che dovrebbe essere intoccabile ed inalienabile che il sistema dominante stravolge o, peggio ancora, travolge.

La questione centrale, senza nulla togliere alle altre rivendicazioni, è intrinsecamente legata al consistente aumento salariale poiché in assenza di tale intervento la nostra condizione di sopravvivenza, di estrema difficoltà materiale inevitabilmente continuerà. Ed è per questo che bisogna trovare la forza di reagire e contrastare efficacemente le scelte politiche aziendali e governative, sottoscritte dai “compari” dirigenti sindacali, che ci relegano in uno stato di precarietà esistenziale. 

Nel precedente contratto, scaduto a dicembre 2018, azienda e sindacati si sono accordati per sottrarre salario reale, soldi freschi, dalle nostre buste paghe per metterlo, d'imperio, nel cosiddetto welfare aziendale. Noi dobbiamo dire che non ne vogliamo più di questi trasferimenti che fanno comodo alle compagnie assicurative, ma non a noi lavoratori. Noi il welfare lo paghiamo già con la tassazione alla fonte; noi il welfare lo vogliamo esteso a tutta la popolazione non solo ristretto a chi, oggi, lavora; noi il welfare lo difendiamo impedendo che pezzi di sanità, di scuola, di trasporti e ... di Poste lo diano ai privati per farne merce da profitto e non servizi alle persone.

 

Quindi niente più welfare aziendale ma soldi veri in busta paga.

 

Si, ma quanti soldi? Le “micro elemosine” del passato non si avvicinano nemmeno lontanamente a quanto ci serve per vivere, per mantenere un decente potere d'acquisto: mandare i figli a scuola, curarsi, godersi qualche giorno di riposo.

 

Anche in Poste come nel resto del mondo del lavoro sono cresciute a dismisura profonde diseguaglianze come causa della egoistica sete di profitto individuale a fronte di una massa enorme di lavoratori che fatica ad arrivare a fine mese. Un dato su cos'è una diseguaglianza è il nostro stipendio medio di 1300 euro equiparato ad una sola persona, l’ AD Matteo Del Fante, che ha percepito nel solo anno 2017 oltre 6 (sei) milioni di euro! Questo è giusto? È coerente con i nostri sacrifici? In una comunità chi ha di più deve dare di più, non accaparrare di più. Ma i 6 milioni di Del Fante non sono un'eccezione: chi lo ha preceduto, l'ex AD Caio, quello che avviò la privatizzazione, è uscito con una liquidazione di 2 milioni; prima di lui l'altro ex AD Sarmi, con uno “stipendio” annuo di 1,2 milioni, è stato “liquidato” con 5 annualità! Ma per il Contratto non si trovano mai i soldi... Si trovano invece per gli azionisti con i dividendi di Borsa, che godono anche del raddoppio del valore azionario. A chi troppo e a chi niente – dice il proverbio popolare.   

Un contratto giusto è quello che aumenta il salario fisso, uguale per tutti, non legato alla produttività ed agli incentivi, un contratto giusto è quello che abolisce il salario accessorio legato alla presenza, agli obiettivi aziendali, ai benefit su criteri meritocratici, non neutri, discriminatori e gestiti dall’azienda.

 

Ma ad un'altra illusione dobbiamo sottrarci, quella della detassazione, che dovrebbe salvare i nostri salari, l'unica fonte dove pare possibile attingere, ma attenzione, questa se lasciata da sola può costituire la mela avvelenata perché questa misura non intacca le diseguaglianze, cioè non va a fondo della questione che è quella di una diversa ripartizione della ricchezza tra salari e profitto.